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COMPENSATIO LUCRI CUM DAMNO

In  alcuni casi l’inadempimento (o illecito) produce al tempo stesso un danno ed un vantaggio. 

L’istituto della compensatio lucri cum damno indica una tecnica di quantificazione del danno, in cui si considerano rilevanti anche i vantaggi conseguiti dal danneggiato, che vanno quindi scomputati dal danno medesimo. 

A fronte di opposte teorie che negavano l’esistenza del principio e che lo ammettevano, su rimessione della III Sezione della Cassazione si sono espresse le Sezioni Unite con 4 sentenze: 1264-1265-1266 e 1267 del 2018. 

In primo luogo le sentenze chiariscono che si tratta di un istituto la cui esistenza non è controversa in giurisprudenza di legittimità, trovando il proprio fondamento nella idea del danno risarcibile quale risultato di una valutazione globale degli effetti prodotti dall’atto dannoso. 

Secondo le Sezioni Unite, se l’atto dannoso porta accanto al danno un vantaggio, quest’ultimo deve essere considerato in diminuzione dell’entità del risarcimento. 

Infatti, il danno non deve essere fonte di lucro e la misura del risarcimento non deve superare quella dell’interesse leso o condurre a un arricchimento del danneggiato. 

Detto principio sarebbe desumibile dall’art. 1223 cc il quale stabilisce che il risarcimento del danno deve comprendere sia la perdita subita dal danneggiato che il mancato guadagno, in quanto siano conseguenze immediata e diretta del fatto illecito. 

Ad avviso delle Sezioni Unite, ai fini dell’operatività dell’istituto occorre guardare alla funzione di cui il beneficio collaterale si rivela essere espressione per accertare se esso sia compatibile o no con una imputazione al risarcimento. 

Se, quindi, l’attribuzione patrimoniale collaterale ha la stessa causa giustificativa dell’obbligazione risarcitoria, (reintegrazione - riparazione di un danno) deve potersi operare la compensatio lucri cum damno. 

Non opera, invece, quando la causa dell’attribuzione patrimoniale collegata al fatto danno sia altra e diversa da quella propria del risarcimento. 

In applicazione di tale principio, le SU affermano che l’istituto opera nei rapporti tra risarcimento del danno e indennità assicurativa conseguita successivamente al fatto dannoso e derivante dal contratto di assicurazione per i danni. L’obbligazione indennitaria, infatti, ha una funzione risarcitoria sovrapponibile a quella del risarcimento del fatto illecito. 

Si cumula, invece, l’indennità derivante da un’assicurazione sulla vita che ha una funzione diversa da quella risarcitoria, trattandosi di una forma di risparmio posta in essere dall’assicurato sopportando l’onere dei premi. 

Non rientrano, inoltre, nell’operatività della compensatio i casi in cui il vantaggio si presenta come il frutto di scelte autonome e del sacrificio del danneggiato, come nel caso della nuova prestazione lavorativa da parte del superstite, prima disoccupato, in conseguenza della morte del congiunto. 

Allo stesso modo non rientrano i vantaggi derivanti dall’acquisto dell’eredità per effetto della morte del congiunto in seguito al fatto del terzo, in quanto la successione ereditaria è legata non al fatto di quella morte, bensì al fatto della morte in generale che si sarebbe verificata in ogni caso, a prescindere dall’illecito. 

Ulteriore presupposto al quale le Sezioni Unite subordinano l’operatività della compensatio è dato dall’esistenza di un meccanismo legislativo di riequilibrio. 

Non corrisponderebbe infatti al principio di razionalità - equità e non sarebbe coerente con la poliedricità delle funzioni della responsabilità civile che la sottrazione del vantaggio sia consentita in tutte quelle vicende in cui l’elisione del danno con il beneficio pubblico o privato corrisposto al danneggiato a seguito del fatto illecito finiscono per avvantaggiare esclusivamente il danneggiante. 

L’istituto pera quindi solamente nei casi in cui il danneggiante rimane esposto all’azione di recupero ad opera del terzo da cui il danneggiato ha ricevuto il beneficio collaterale. 

Da ultimo, la compensatio opera quando vi sia identità tra il soggetto danneggiante e il soggetto tenuto a corrispondere il beneficio collaterale. 

In applicazione a questi principi, le Sezioni Unite hanno affermato che sia le rendite INAIL per inabilità permanente che l’indennità di accompagnamento erogata dall’INPS, hanno funzioni di sollevino del danneggiante dei danni subiti; sono dirette a ristorare un pregiudizio in funzione compensativa e perciò sussistendo il meccanismo legislativo di riequilibrio dette provvidenze devono essere defalcate dal risarcimento del danno spettante al danneggiato. 

La compensatio non opera, invece, tra risarcimento del danno per morte del congiunto e pensione di reversibilità INPS, posto che l’erogazione della pensione di reversibilità non è geneticamente connotata dalla finalità di rimuovere le conseguenze prodottesi nel patrimonio del danneggiato per effetto dell’illecito del terzo.