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Il danno da perdita di chance

Il danno da perdita di chance si realizza quando il soggetto leso, a causa del verificarsi dell'inadempimento e dell'illecito da parte di terzi, perde la possibilità di conseguire un vantaggio economico, consistente nel mancato conseguimento di un determinato bene o risultato positivo.

È nato in Francia e ha trovato ampia fortuna anche in Italia, soprattutto nel settore lavoristico (per esempio con riferimento all'ipotesi d’illegittima esclusione da un concorso) e nell'ambito della responsabilità professionale e sanitaria in particolare.

Da anni, tuttavia, si discute circa la sua natura e collocazione.

Secondo alcuni si tratterrebbe di un lucro cessante; per altri di un danno emergente.

Dall'inquadramento entro l'una o l'altra delle due categorie, discendono conseguenze diverse, soprattutto sul piano dell’accertamento del nesso causale, dell’onere della prova e della quantificazione del risarcimento.

Secondo un primo orientamento, la perdita di chance sarebbe un lucro cessante, consistente nel mancato guadagno, nella perdita di un vantaggio che il soggetto avrebbe conseguito se l’illecito (o l’inadempimento) non si fosse verificato.

Una parte della giurisprudenza sottolinea che per ottenere il risarcimento di tale voce di danno occorre la prova, sia pure indiziaria, della utilità della utilità patrimoniale che, secondo un rigoroso giudizio di probabilità e non di mera possibilità, il creditore avrebbe conseguito se il debitore avesse eseguito correttamente la prestazione.

Da ciò deriva che non possono essere risarciti i mancati guadagni solamente ipotetici, in quanto dipendenti da condizioni incerte.

Concepire la perdita di chance in termini di lucro cessante significa, quindi, richiedere una prova puntuale del nesso causale.

Altro orientamento ritiene la perdita di chance un danno emergente: la perdita di chance configurerebbe, quindi, una autonoma voce di danno patrimoniale attuale già presente nel patrimonio del soggetto al verificarsi dell'illecito e che va commisurato non alla mera perdita del risultato, bensì alla perdita di possibilità di conseguire un risultato positivo.

Il danno potrà essere risarcito a condizione che il danneggiato dimostri la sussistenza di un rapporto di causalità tra il fatto e la ragionevole probabilità della verificazione futura del danno.

La giurisprudenza ha iniziato ad ammettere la possibilità di risarcire questo tipo di danni, con la sent. 500/1999 delle Sezioni unite, con la quale viene per la prima volta evidenziato che per danno ingiusto deve intendersi qualsiasi tipo di danno che non possa rimanere a carico della vittima, con la conseguenza che non devono e non possono dirsi risarcibili, ai sensi dell'art. 2043 cc i soli diritti soggettivi dovendo ritenersi comprese nella norma anche le "legittime aspettative" di natura patrimoniale purchè si tratti di legittime aspettative e non di aspettative semplici.

In questo modo si giungeva al riconoscimento della chance perchè, secondo la prima definizione dell'istituto, la stessa veniva considerata "una aspettativa legittima di natura patrimoniale, risarcibile quale conseguenza mediata e indiretta dell'evento dannoso lesivo di un diritto soggettivo", con conseguente venir menodi ogni ostacolo all'individuazione della cance come perdita della possibilità non trascurabile di conseguire un risultato utile e della sua valutazione come ipotesi di danno autonomo.

Solo con la sentenza 4400/2004, tuttavia, si giunge alla visione della chance come entità patrimoniale a sé stante giuridicamente rilevante.

Ai fini del risarcimento, il danneggiato deve fornire una duplice prova e cioè quella del nesso causale (sulla base del criterio del più probabile che non) e quella sulla ragionevole probabilità di verificazione della chance.

Provata l'esistenza del danno, per la monetizzazione si farà riferimento all'utile economico realizzabile diminuito di un coefficiente di riduzione, rapportato in termini percentuali al grado di probabilità di conseguirlo.

Nel caso in cui non sia possibile determinare il danno nel suo ammontare, potrà farsi ricorso alla liquidazione in via equitativa ex artt. 1226 e 2056 cc, ricorrendo a presunzioni in ordine alla sua esistenza.

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