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Il finanziamento contro cessione del quinto dello stipendio

1. LA NATURA GIURIDICA
 
1.1  Il finanziamento contro cessione del quinto dello stipendio o della pensione

Il Finanziamento contro cessione del quinto dello stipendio rappresenta una forma di finanziamento c.d. "a tasso fisso" senza vincolo di destinazione, consistente nell'erogazione di una somma di denaro al lavoratore subordinato che si impegna a restituire l'importo equivalente versando una quota fissa trattenuta dal proprio stipendio (retribuzione base al netto delle trattenute fiscali) o dalla propria pensione.

Tale tipo di finanziamento ricalca pertanto il modello del contratto di mutuo, con delle peculiarità, però, che lo contraddistinguono.

La trattenuta viene effettuata direttamente dal datore di lavoro o dall'INPS - da quest'ultimo nel caso di trattenuta dalla pensione -, e consente all'intermediario finanziario che eroga il finanziamento una ragionevole sicurezza sul buon esito del rimborso, in quanto questo non viene effettuato direttamente dal lavoratore. Le trattenute possono essere effettuate per un massimo di dieci anni dalla data di stipula del contratto con l'erogatore del finanziamento.

L'istituto della "cessione del quinto dello stipendio" è disciplinato dal D.P.R. n. 180 del 1950 e dal suo Regolamento attuativo, il D.P.R. n. 895 del 1980; una normativa non recente che, tuttavia, è ancora vigente.

Tale forma di finanziamento è stata introdotta, dapprima, per i soli lavoratori subordinati statali; successivamente ne è stata estesa la disciplina anche ad altre tipologie di lavoratori subordinati e ai pensionati.

In particolare, diversi interventi normativi (ad es. la L. n. 350/2003, c.d. Legge Finanziaria del 2004, e la L. n. 80/2005) ne hanno esteso l'ambito di applicazione anche ai lavoratori subordinati del settore privato, ai parasubordinati nonché ai pensionati, regolarizzando in tal modo una prassi consolidata.

Tutti questi soggetti possono richiedere il finanziamento alle banche, alle assicurazioni, agli intermediari finanziari autorizzati ex articolo 106 del Testo Unico Bancario nonché all'INPDAP.

Invero, la realizzazione pratica dell'erogazione del finanziamento risulta essere onerosa e complicata, soprattutto nella fase della raccolta dei documenti e dei dati forniti dal cliente, dal lavoratore subordinato o dal proprio datore di lavoro; pertanto nella prassi i soggetti erogatori del finanziamento affidano questa procedura a mediatori ed agenti.

Il finanziamento, in quanto caratterizzato da un livello di rischio elevato, deve essere coperto da un'assicurazione obbligatoria. Sono previste le assicurazioni "caso morte" e "rischi d'impiego", per cui l'assicuratore rimborserà al finanziatore tutte le rate del prestito non ancora scadute anche se il finanziato ha proprie capacità patrimoniali per saldare il proprio debito.

Il titolare dell'interesse assicurato è, quindi, il finanziatore se perde la garanzia della cessione del quinto dello stipendio, proprio perché la sua obbligazione di rimborso è trasferita all'assicuratore. Questi, infatti, dopo aver pagato l'indennizzo al finanziatore si potrà surrogare, ai sensi dell'art. 1916 c.c., nei confronti del finanziato.

In caso di sinistro, l'indennizzo è pari all'ammontare delle rate del finanziamento non ancora scadute alla data di cessazione del rapporto di lavoro.

I rischi assicurati a tutela del credito erogato, in genere, sono:

- la morte del lavoratore dipendente;

- la perdita involontaria ovvero l'interruzione temporanea del rapporto di lavoro.

Il panorama assicurativo per la copertura di questa tipologia di rischi è piuttosto variegato, per cui sarà sempre utile leggere attentamente le clausole contrattuali.

Al termine della procedura di finanziamento il datore di lavoro deve accettare l'impegno di effettuare la trattenuta prevista nel contratto tramite il c.d. "atto di benestare", e successivamente dovrà effettuare le trattenute e darne immediata notizia all'intermediario finanziario perché possa determinare la riduzione, la sospensione o l'arresto definitivo del pagamento.

1.2 La delegazione di pagamento

In merito alla delegazione di pagamento l'articolo 1269 c.c. prevede che: "se il debitore per eseguire il pagamento ha delegato un terzo, questi può obbligarsi verso il creditore, salvo che il debitore l'abbia vietato. Il terzo delegato per eseguire il pagamento non è tenuto ad accettare l'incarico, ancorché sia debitore del delegante. Sono salvi gli usi diversi.".

Pertanto la delegazione di pagamento, o delegatio solvendi, consiste in un tipo di modificazione del soggetto passivo dell'iniziale rapporto obbligatorio e ha una funzione solutoria del diritto di credito in capo al delegatario, in quanto lo stesso sarà concretamente soddisfatto a seguito delle delegazione per il pagamento immediato e concreto del debito del delegante da parte del delegato.

Nella delegazione di pagamento sussistono due rapporti che sono entrambi soddisfatti con il pagamento da parte del delegato: il rapporto di valuta tra delegante e delegatario e il rapporto di provvista tra delegante e delegato.

Infatti, con il pagamento del debito del delegante da parte del delegato nei confronti del delegatario, si estingue il debito del delegante nei confronti del delegatario e conseguentemente la sua prestazione trova giustificazione nel rapporto di credito che si instaura tra il delegato e il delegatario.

Salvo diversa ed espressa previsione, alla delegazione di pagamento si applica la stessa disciplina prevista per la delegazione di debito di cui agli articoli 1268 c.c. e susseguenti.

Il finanziamento tramite la delegazione di pagamento può essere concesso, differentemente da quello tramite cessione del quinto dello stipendio o della pensione, solo ai lavoratori dipendenti e per una durata non superiore a 10 anni.

La procedura di finanziamento, anche in questo caso come nell'ipotesi di finanziamento tramite cessione del quinto dello stipendio, è particolarmente difficoltosa a livello burocratico e pertanto è affidata agli intermediari finanziari a ciò autorizzati. Questo tipo di finanziamento prevede inoltre un'importante partecipazione attiva del datore di lavoro al quale, in genere, è riconosciuto un indennizzo per assolvere tale compito. 

2. LA CASISTICA IN ESAME E LE DECISIONI DELL'ARBITRO

La problematica in esame riguarda la correlazione dell'articolo 119 del TUB (Testo Unico Bancario) con finanziamenti contro cessione del quinto o delegazioni di pagamento in relazione ad eventuale risarcimento del danno non partrimoniale.

L'articolo 119 del TUB riguarda le comunicazioni periodiche al cliente da parte degli intermediari finanziari che: "nei contratti di durata forniscono al cliente, in forma scritta o mediante altro supporto durevole preventivamente accettato dal cliente stesso, alla scadenza del contratto e comunque almeno una volta all'anno, una comunicazione chiara in merito allo svolgimento del rapporto. [...] Il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell'amministrazione dei suoi beni hanno diritto di ottenere, a proprie spese, entro un congruo termine e comunque non oltre novanta giorni, copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni. Al cliente possono essere addebitati solo i costi di produzione di tale documentazione".

L'Arbitro Bancario Finanziario (ABF) si è occupato più volte di tale problematica, per tutte due ultime pronunce del 2016.

Con le decisioni n. 2605 del 22 marzo 2016 e n. 3189 del 7 aprile 2016, l'ABF ha confermato un proprio orientamento, ormai, consolidato.

Con la prima decisione il Collegio di Napoli ha parzialmente accolto le richieste del ricorrente che, in merito ad un contratto di finanziamento stipulato nel 2014 e poi estinto, lamentava "di non essere stato messo in condizione di effettuare un calcolo corretto degli importi cui avrebbe diritto a titolo di commissioni e premio assicurativo non maturati, non essendo più in possesso della relativa documentazione" e chiedeva la condanna della banca a fornire la documentazione richiesta e ilrisarcimento dei danni conseguenti.

L'ABF ha accertato il diritto dello stesso ricorrente alla consegna del contratto di finanziamento e della ulteriore documentazione da parte della banca, ma ha rigettato la domanda di risarcimento dei danni conseguenti per la mancata e tempestiva consegna della suddetta documentazione motivando come segue: «dando seguito ai pacifici orientamenti della giurisprudenza di legittimità (recepiti dall'Arbitro Bancario Finanziario) deve essere, invece, rigettata la domanda di risarcimento "dei danni conseguenti" alla mancata consegna tempestiva della copia del contratto ricordato, difettando la prova dell'intervenuto pregiudizio e il nesso di causalità tra la condotta illegittima e il danno asseritamente subito.».

Con la seconda decisione l'ABF ha rigettato, in modo similare, il ricorso proposto da un cliente nei confronti di un intermediario finanziario con il quale aveva stipulato un contratto di finanziamento tramite cessione del quinto dello stipendio e poi estinto anticipatamente, non accogliendo la richiesta del ricorrente di "risarcimento del danno non patrimoniale per la ritardata produzione della documentazione, in violazione dei termini previsti dall'art. 119 TUB".

L'ABF, invero, non ha accolto le pretese risarcitorie non perché improponibili (cfr. decisione: "il cliente può chiedere nel ricorso il risarcimento del danno anche quando tale richiesta non sia stata formulata nel reclamo, qualora il danno lamentato sia conseguenza immediata e diretta della medesima condotta dell'intermediario segnalata nel reclamo")ma poiché il ricorrente, lamentando un danno,"si è limitato ad affermare la propria pretesa senza specificare come il ritardo nella produzione dei documenti da parte dell'intermediario abbia potuto ledere interessi inerenti alla sfera dei diritti inviolabili della persona".

3. GIURISPRUDENZA

Il finanziamento contro cessione del quinto dello stipendio o della pensione nonché la delegazione di pagamento, così come concessi dagli intermediari finanziari a ciò autorizzati, sono stati oggetto di numerosi interventi della giurisprudenza, che ha tentato di risolvere problematiche insite negli istituti menzionati come il risarcimento dei danni subiti dai clienti nelle ipotesi di non trasparenza delle operazioni bancarie o di mancata consegna della documentazione relativa al contratto di finanziamento, l'onere probatorio in capo al cliente, etc.

In particolare, sono stati la giurisprudenza di merito e l'Arbitro Finanziario Bancario ad interessarsi delle questioni giuridiche sorte in merito a tali forme di finanziamento.

Un'attenzione particolare è stata data alla problematica degli interessi usurai applicati ai clienti dalle banche nei contratti di finanziamento.

Infatti, al cliente finanziato vengono spesso richiesti interessi elevati (TAEG - Tasso Annuo Effettivo Globale), tanto da raggiungere il limite di soglia dell'usura così come determinati dall'articolo 644 c.p.p., commi 2 e 3 secondo i quali: "la legge stabilisce il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari. Sono altresì usurari gli interessi, anche se inferiori a tale limite, e gli altri vantaggi o compensi che avuto riguardo alle concrete modalità del fatto e al tasso medio praticato per operazioni similari risultano comunque sproporzionati rispetto alla prestazione di denaro o di altra utilità, ovvero all'opera di mediazione, quando chi li ha dati o promessi si trova in condizioni di difficoltà economica o finanziaria. Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito".

Soprattutto negli ultimi anni la giurisprudenza di merito si è interessata alla questione, che prima sembrava risolta da interpretazioni troppo "permissive".

In particolare rilevano due sentenze, una emessa dal Tribunale di Busto Arsizio il 12 marzo 2013 e recante n. 262 e l'altra emessa dalla Corte d'Appello di Milano il 17 luglio 2013 e recante n. 3283.

Con dette pronunce i Giudici hanno invertito un orientamento consolidato, ossia hanno espressamente affermato che "le direttive e le istruzioni della Banca d'Italia, quale organo di vigilanza ed indirizzo delle banche e degli operatori finanziari, non sono vincolanti per gli organi giurisdizionali, non essendo fonti normative".

4. NOTE

Merita un cenno particolare la novità in materia di limiti di pignorabilità dello stipendio e della pensione, introdotta dall'art. 13, comma 1, lettera l) del D.L. 27 giugno 2015, n. 83(recante "Misure urgenti in materia fallimentare, civile e processuale civile e di organizzazione e funzionamento dell'amministrazione giudiziaria"), poi convertito dalla L. 6 agosto 2015, n. 132.

Nello specifico tale disposizione ha modificato l'articolo 545 c.p.c., introducendo i commi 78 e 9 e ampliando il limite di pignorabilità di un quinto "dello stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza". Il nuovo comma 8 ha introdotto il limite di pignorabilità del quinto anche per gli stipendi e le pensioni presso le banche in cui sono versati.

In particolare, l'articolo 545, comma 8 c.p.c. prevede che: "le somme dovute a titolo di stipendio, salario, altre indennità relative al rapporto di lavoro o di impiego, comprese quelle dovute a causa di licenziamento, nonché a titolo di pensione, di indennità che tengono luogo di pensione, o di assegni di quiescenza, nel caso di accredito su conto bancario o postale intestato al debitore, possono essere pignorate, per l'importo eccedente il triplo dell'assegno sociale, quando l'accredito ha luogo in data anteriore al pignoramento; quando l'accredito ha luogo alla data del pignoramento o successivamente, le predette somme possono essere pignorate nei limiti previsti dal terzo, quarto, quinto e settimo comma, nonché dalle speciali disposizioni di legge".

Tale norma si applica alle procedure esecutive iniziate, successivamente, alla data di entrata in vigore del predetto decreto legge ed è stata introdotta per delimitare la pignorabilità dello stipendio o della pensione, addebitati su un conto corrente bancario o postale del debitore.

Nel caso, quindi, di cessione volontaria che segue un pignoramento, la cessione può essere richiesta dal lavoratore-debitore purché non ecceda la differenza tra i 2/5 della retribuzione (al netto delle trattenute) e la quota colpita da pignoramento.

Nel caso inverso di pignoramento che segue una cessione volontaria, il pignoramento è consentito solo per la differenza tra la metà dello stipendio e la quota già ceduta dal lavoratore.

Pertanto, la delegazione di pagamento e il finanziamento contro cessione del quinto dello stipendio o della pensione non sono presi in considerazione nella determinazione della quota di stipendio o pensione pignorabile.

Giulia Ciarpella - Diritto e Contenzioso bancario